FORMAZIONE – CV

TITOLI

  • LAUREA MAGISTRALE IN PSICOLOGIA CLINICA
    Università degli Studi di Torino
  • ISCRIZIONE ALL’ORDINE DEGLI PSICOLOGI DEL PIEMONTE (n. 5822)
  • SPECIALIZZAZIONE IN PSICOTERAPIA COGNITIVA
    Università degli Studi di Torino, Centro Clinico Crocetta
  • SPECIALIZZAZIONE IN SESSUOLOGIA CLINICA
    Università degli Studi di Torino, Centro Clinico Crocetta
    Titolo da Consulente in Sessuologia Clinica.
  • PSICOTERAPEUTA EMDR I LIVELLO
    Università degli Studi di Torino, Centro Clinico Crocetta

Sono regolarmente iscritto all’Ordine degli Psicologi del Piemonte (n. 5822). Il percorso formativo da me effettuato, e la mia esperienza in ambito psicoterapeutico/psichiatrico (Il Porto ONLUS, Gruppo Abele ONLUS) mi hanno permesso di acquisire le competenze necessarie alla presa in carico delle più comuni forme di problematica psichica, quando necessario in collaborazione con la figura dello psichiatra:

  • Disturbi d’ansia (disturbo d’ansia generalizzata, disturbo ossessivo-compulsivo).
  • Disturbo da attacco di panico.
  • Disturbi dell’umore (sindromi di natura depressiva, disturbo bipolare, distimia).
  • Disturbi correlati a stress e trauma (disturbo da stress post-traumatico, disturbo da stress post-traumamtico complesso, disturbo acuto da stress).
  • Disturbi inerenti la sfera sessuale.
  • Disturbi da uso di sostanze (eroina, cocaina, alcol).
  • Disturbi da addiction (dipendenza da gioco problematico, dipendenza da internet).

Ho partecipato a eventi formativi riguardanti:

  • La psicoterapia dell’età evolutiva e dell’età adolescenziale (le problematiche connesse alla difficile età dell’adolescenza e le sue trasformazioni).
  • Le pratiche della mindfulness, una tecnica di rilassamento che educa la mente allo stare nel momento presente attraverso il controllo del respiro (Master in Mindfulness-Based Therapy presso il Centro Clinico Crocetta di Torino)
  • L’EMDR, una tecnica utilizzata per favorire l’elaborazione delle memorie traumatiche, riconosciuta dall’OMS come buona pratica per i disturbi da stress post-traumatico -PTSD- (qui un approfondimento).
  • Il trattamento delle sindromi di natura dissociativa
  • La teoria polivagale, utilizzata per spiegare e leggere le forme più comuni di stress (di varia natura).

Ho riservato maggiore attenzione alla formazione relativa alla cura del trauma psicologico e all’ambito delle dipendenze intese in senso ampio (dipendenza da sostanze, gioco d’azzardo patologico, nuove dipendenze – Internet, Social Network, ecc).

IL CV COMPLETO QUI: cv 2018

 

 

LA PSICOTERAPIA

La psicoterapia può percorrere due strade:

  1. se ci sono dei sintomi di natura psicopatologica, viene usata per contrastarli ed eliminarli dalla vita del paziente, restituendogli libertà e possibilità di scelta. I sintomi di natura psichica (per esempio gli attacchi di panico, una forte ansia percepita, sintomi di natura ossessiva -come il bisogno di ripetere sempre uno stesso gesto, o di controllare che qualcosa sia chiuso o “a posto”-, oppure i sintomi di natura depressiva), vengono esplorati e compresi in un contesto protetto di alleanza terapeuta-paziente. A volte ricorrere a dei farmaci (coinvolgendo la figura di uno psichiatra) rappresenta un validissimo e indispensabile aiuto. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è considerata strumento di prima linea, e più efficace, per contrastare la sofferenza psichica, come approfondito qui.
    E’ importante considerare che ogni disturbo psichiatrico o malessere, toglie libertà. La psicoterapia aiuta a svincolarsi da forme troppo strette di ragionamento, o da circuiti che si ripetono sempre uguali a sè stessi, o da pesanti sintomi post-traumatici a seguito di eventi spiacevoli non elaborati.
  2. in assenza di sintomi eclatanti, ma in presenza di malessere psichico, il lavoro ha una funzione esplorativa; la psicoterapia di stampo cognitivista ha l’obiettivo in questo caso di aumentare la visibilità dei propri meccanismi interiori e psichici, al fine di divenire i migliori “esperti” della propria psicologia, aumentando la consapevolezza metacognitiva (cioè la consapevolezza sul proprio modo di vedere la realtà e le relazioni) e il senso di mastery, cioè di controllo sperimentato soggettivamente, verso una maggiore libertà di pensiero e di azione.

I DISTURBI INERENTI LE DIPENDENZE

Per affrontare una problematica di dipendenza (in qualunque forma si manifesti) occorre intervenire simultaneamente su tre livelli differenti:

  • il piano sintomatologico. Se sono presenti sintomi astinenziali o connessi all’abuso (di sostanze o altro), prima di procedere a un lavoro psicoterapeutico occorre che questi vengano gestiti e minimizzati, attraverso un intervento farmacologico mediato da uno psichiatra.
  • il piano comportamentale. E’ importante per l’individuo minimizzare i momenti a rischio, apportando delle modifiche all’interno del suo stile di vita. Questo vuol dire smettere alcune frequentazioni, evitare luoghi/circuiti sociali, delegare la gestione del denaro se implicato nel comportamento di dipendenza, affidarsi a terapie farmacologiche per mantenere un’eventuale astinenza, ecc. Questi cambiamenti hanno a che fare con il mondo esterno della persona: ciò che la persona fa, con chi si vede, in che modo si mette a rischio, etc.
  • il piano dell’interiorità. Questa è la parte più complicata del lavoro, da effettuare nel contesto di una psicoterapia. Mettere dei “paletti esteriori” al comportamento di dipendenza, non è sufficiente se non si è fatto, insieme, un lavoro su di sè e sui propri bisogni. Le problematiche di dipendenza vanno pensate come problematiche secondarie a un disturbo originario e antecedente. Facciamo un esempio: è possibile che un comportamento di dipendenza  emerga più facilmente quando alcuni stati psicofisiologici faticano a essere regolati (per esempio una forte ansia continua che non riesce a essere placata, o un senso di vuoto continuo, o uno stato depressivo apparentemente invincibile): in questo caso il comportamento di dipendenza assume funzione auto-curativa. Lavorare con la dipendenza significa dunque approfondire tutto ciò che alla dipendenza stessa sta intorno e prima, in un contesto protetto come quello psicoterapeutico.

Alcuni comportamenti di dipendenza sono collegati a un senso di isolamento e mancata sintonizzazione agli altri: come ben espresso in questo video, il contrario della dipendenza non sempre consiste in uno stato di continua lucidità, ma in una condizione di profonda connessione:

EMDR: DI CHE SI TRATTA?

L’EMDR (acronimo che sta per Eye Movement Desensitization and Reprocessing), è una tecnica usata in ambito di psichiatria e psicoterapia riconosciuta pratica efficace per contrastare l’insorgere di sintomi post- traumatici, pensieri intrusivi, insonnia conseguente a grandi shock, etc.

Viene usata primariamente per i casi di cosiddetto trauma con la “T Maiuscola”, ovvero grandi traumi singoli (uno shock anafilattico vissuto come minaccioso per la propria vita, un singolo attacco di panico potente, un singolo incidente, etc.). Psicotraumatologi di fama mondiale (come Bessel Van Der Kolk, olandese), ne appoggiano e consigliano l’utilizzo, a partire da risultati ottenuti nella propria attività di psicoterapeuti e psichiatri.

La tecnica prevede un protocollo standardizzato, con delle domande specifiche a proposito del trauma (il suo svolgersi, il contesto, le immagini più pesanti, i pensieri su di sé prodotti in quell’occasione, etc.), seguite da una “stimolazione bilaterale” che viene fatta o facendo seguire al paziente il movimento di due dita (del terapeuta) che passano di fronte al suo volto orizzontalmente, oppure attraverso un tamburellamento ritmico e alternato effettuato dal terapeuta sulle ginocchia o sulle mani del paziente. Si torna poi a una parte verbale, chiedendo spiegazioni su come il paziente si senta (in modo molto aperto e libero), si torna a focalizzare sulle immagini relative al trauma e si riprocede a una stimolazione bilaterale, in una sequenza dalla durata variabile.

Dei sintomi post-traumatici, la parte peggiore dell’esperienza è la riattivazione delle memorie traumatiche, che faticano ad essere elaborate e collocate nel passato: permangono come pietre dure nel flusso dei ricordi, come intaccate dal tempo. Ogni qualvolta vengano evocate, il paziente rivive (verbo importante e preciso, che denota un’esperienza differente da quella del semplice ricordare) in pieno il trauma, con il corrispettivo attivarsi allarmato del corpo, imprigionato dal ricordo stesso. Quindi sudorazione, tachicardia, panico, ansia forte che cresce, senso di impazzire e tendenza della mente a dissociare, cioè a “scollarsi” dal momento presente precipitando in un vuoto simile a quando, come si dice nel linguaggio comune, ci si “incanta”.

MECCANISMO

L’EMDR pare efficace nel contrastare questa riattivazione forte sul piano somatico, perchè sembra aiutare a elaborare le memorie che precedono questa stessa riattivazione. Esistono alcune ipotesi che sono state formulate per spiegare il suo funzionamento:

l’ipotesi integrativa, per cui il ricordo traumatico verrebbe trasferito da un emisfero all’altro del cervello, trovando un’elaborazione più ampia e armonica.

l’ipotesi del doppio distrattore, per cui “distrarre” la memoria “somatica” (quella che conduce a una forte attivazione del corpo al momento del ricordo del trauma) mantenendo il focus dell’attenzione sul corpo o sull’esterno (seguendo il movimento delle dita o percependo il tocco sulle ginocchia), consentirebbe al ricordo traumatico di tornare alla mente senza provocare scompensi fisici, per poi quindi essere “visto” e infine elaborato.

l’ipotesi connessa al movimento dei bulbi oculari, che è stato osservato essere presente anche durante la fase REM del sonno (il momento del sogno). In questo caso un effetto benefico dell’EMDR potrebbe essere connesso al sollecitare questo tipo di movimento. Questa ipotesi trova poca credibilità soprattutto visti i risultati clinici ottenuti da altre forme di stimolazione bilaterale, come i tamburellamenti sulle ginocchia.

L’ipotesi dell’esposizione immaginativa, che assimilerebbe la tecnica a quella di “desensibilizzazione espositiva” (che viene usata per trattare i disturbi di natura fobica): esponendoci progressivamente alla nostre paure, il potere che quelle immagini hanno su di noi, progressivamente cala. L’EMDR in questo caso sarebbe una sorta di evoluzione di questa tecnica, essendo meno guidata dal terapeuta, più libera e flessibile.

In questo studio pubblicato sul British Journal of Psychiatry, viene effettuata una meta-analisi (cioè una ricapitolazione di altre analisi) riferita agli studi scientifici che, a partire dal 1991 fino al 2013, hanno indagato l’efficacia della tecnica EMDR a riguardo dei sintomi cosiddetti post-traumatici (conseguenti, per l’essere umano, a traumi gravi come cataclismi, abusi, incidenti mortali, etc.). Altri studi, come quello pubblicato sulla rivista Frontiers of Psychology del 2017, illustrano una review degli studi fatti fino ad ora nell’ambito dell’applicazione clinica dell’EMDR, su pazienti con problematiche diverse. I risultati parlano chiaro evidenziando un’efficacia che è a tutt’ora sapere comune nella società psichiatrica e psicoterapeutica, ma di cui non si capiscono fino in fondo le ragioni scientifiche, e quale delle ipotesi prima elencate sia la più plausibile. Ulteriori approfondimenti qui.