TERAPIA DEL TRAUMA PSICOLOGICO

IL CENTRO PTSD DI SAN MICHELE MONDOVÍ

Il CENTRO PTSD di Via Roma 7, a San Michele Mondovì (CN), vuole costituirsi come centro specialistico per l’approccio ai sintomi di natura post-traumatica che colpiscono l’individuo. I sintomi di natura post traumatica emergono a seguito di gravi traumi vissuti dall’individuo, o in seguito a periodi particolarmente difficili e pesanti tanto da divenire, nella loro totalità, un “evento traumatico” multiforme e protratto nel tempo.

Qui tutti i dettagli sul lavoro del Centro: CENTRO PTSD.

 

LA CURA DEL TRAUMA PSICOLOGICO. COSA SI INTENDE PER DISTURBO POST-TRAUMATICO?

Lo stress post traumatico (PTSD) potrebbe essere genericamente definito come un insieme di sintomi che si presentano nel periodo conseguente un trauma (unico e grande, o minore ma ripetuto), tra cui problemi di insonnia, flashback vividi in cui ci si trova mentalmente immersi nel ricordo o scena traumatica, e una serie di sintomi riguardanti il corpo e le ripercussioni somatiche del rivivere le memorie traumatiche.

In questo breve video filmato negli Stati Uniti, è stato fatto un tentativo di rappresentare in soggettiva quello che significa attraversare un PTSD.

In questo caso la ragazza, che è anche la regista del video ed essa stessa affetta da PTSD, racconta di essere stata vittima di un episodio di violenza in rete da parte dell’ex compagno. Da qui le ripercussioni in senso post traumatico. Nel filmato sono ben rappresentati alcuni dei più comuni sintomi del PTSD:

  1. incubi vividi (e risveglio precoce)

  1. pensieri intrusivi (che si presentano cioè contro la nostra volontà) che in questo caso (il video) hanno forma di immagini di commenti letti ai video postati in Rete dall’ex-compagno: la lettura dei commenti aveva innestato una memoria traumatica

  1. il senso di mancata permanenza nel momento presente, con la difficoltà a concentrarsi su quelli che, nel qui ed ora, sarebbero i compiti a lei assegnati (dopo pochi secondi, non ricorda ciò che deve fare, la memoria e la coscienza stessa assumono una forma frammentata, intermittente: in alcuni momenti è presente a sé stessa, in altri la mente viene “risucchiata” dall’accesso post-traumatico, portandola al mondo interiore traumatizzato e distaccandola a forza dal presente). Questo ha la conseguenza di renderle difficoltoso e impegnativo portare a termine un compito

  1. la ragazza non riesce a vivere nel momento presente: è più forte il pensiero che torna alla “questione” traumatica (il frangente in cui parla tra sé e sé chiedendosi quante persone abbiano visto il filmato: è necessario che le amiche la chiamino con foga per riportarla “sulla terra”, tanto è forte il potere ipnotico e seducente del disturbo, che attira sempre l’attenzione su di sé)

  1. iperestesia: i suoi nervi sono accesi, ipervigili, sente i rumori come forti e violenti; percepire i rumori come disturbanti e troppo forti è un sintomo di stress che troviamo anche in assenza di un vero e proprio PTSD

  1. il momento del contatto con un uomo (un semplice passante) si trasforma in una potenziale minaccia: la ragazza si prepara a scappare e difendersi. La mente della ragazza appare costantemente impegnata nel prevenire un potenziale attacco da parte di un predatore: si mantiene come in un continuo stato di allarme
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  2. insonnia: il sonno, nel periodo post-traumatico, è frammentato e non riposante

Il trauma psicologico ha la caratteristica di essere non-metabolizzabile dalla mente, e di non essere soggetto a “decadimento”: rimane cioè stabile nel ricordo, immutato. Di solito quando si parla di trauma si parla di un singolo evento estremamente traumatico per la persona che lo vive, in cui ci sia di mezzo una reale minaccia di vita per sé o per i propri familiari.

Non a caso infatti la sindrome da stress post traumatico (PTSD) venne teorizzata a seguito delle osservazioni compiute su reduci alla fine della I guerra mondiale (la definizione iniziale del disturbo era infatti Stress da Granata, Shell Shock, a indicare il trauma di vivere da vicino bombardamenti o situazioni di guerriglia civile). Il trauma si installa dunque nei pensieri del soggetto e lo disturba continuamente in modo intrusivo, creando una discontinuità non solo a livello di mantenimento dell’attenzione (non riusciamo a lungo a mantenere il focus dell’attenzione su un determinato compito, poiché distratti dall’interno da flashback che ci riportano all’evento traumatico), ma anche, a volte, una discontinuità nella trama della coscienza, attraverso sintomi chiamati dissociativi.

I sintomi dissociativi producono una frammentazione nella continuità della coscienza: uno dei più importanti luminari a proposito di queste tematiche, Onno Van Der Hart, nella sua opera principale Fantasmi nel Sè (mal tradotto dal più efficace in inglese The Haunted Self, ovvero “il sé infestato”), sostiene che a seguito di un evento traumatico la personalità di un individuo possa arrivare a frammentarsi in due o più parti:

  1. la parte colpita trauma rimane secondo Van Der Hart bloccata e tramortita dal colpo subìto, e depositaria di tutte le paure e del senso di terrore senza nome -memorizzato anche a livello somatico- sperimentato quando il trauma avvenne; l’autore la definisce “parte emozionale”
  2. esiste poi una seconda parte che fa sì che la persona continui a sopravvivere e a funzionare in modo sufficientemente organizzato, che Van Der Hart chiama “parte apparentemente normale”, che, pur svuotata della capacità di emozionarsi, trascina l’individuo nel progredire della sua vita “come se” le cose fossero rimaste le stesse. Questa parte ha un valore adattivo perchè permette alla persona di non soccombere a seguito del trauma, e di mantenere un certo controllo.

Secondo Van Der Hart, a seguito del trauma, ogni indizio che richiami alla memoria il trauma, diverrà un potenziale innesco delle emozioni sperimentate in luogo del trauma vissuto: la vita del soggetto, dunque, si modella nel tentativo di evitare ogni possibile contatto con ciò che potrebbe innescare la memoria traumatica: saranno dunque evitamenti di situazioni, luoghi, persone, atmosfere, dettagli potenzialmente evocativi; ma saranno anche pensieri, ricordi, luoghi o eventi “mentali”, a indicare che il soggetto diverrà un evitante anche “interiore”.

 

EMDR: DI CHE SI TRATTA?

L’EMDR (acronimo che sta per Eye Movement Desensitization and Reprocessing), è una tecnica usata in ambito di psichiatria e psicoterapia riconosciuta pratica efficace per contrastare l’insorgere di sintomi post- traumatici, pensieri intrusivi, insonnia conseguente a grandi shock, etc.

Viene usata primariamente per i casi di cosiddetto trauma con la “T Maiuscola”, ovvero grandi traumi singoli (uno shock anafilattico vissuto come minaccioso per la propria vita, un singolo attacco di panico potente, un singolo incidente, etc.). Psicotraumatologi di fama mondiale (come Bessel Van Der Kolk, olandese), ne appoggiano e consigliano l’utilizzo, a partire da risultati ottenuti nella propria attività di psicoterapeuti e psichiatri.

La tecnica prevede un protocollo standardizzato, con delle domande specifiche a proposito del trauma (il suo svolgersi, il contesto, le immagini più pesanti, i pensieri su di sé prodotti in quell’occasione, etc.), seguite da una “stimolazione bilaterale” che viene fatta o facendo seguire al paziente il movimento di due dita (del terapeuta) che passano di fronte al suo volto orizzontalmente, oppure attraverso un tamburellamento ritmico e alternato effettuato dal terapeuta sulle ginocchia o sulle mani del paziente. Si torna poi a una parte verbale, chiedendo spiegazioni su come il paziente si senta (in modo molto aperto e libero), si torna a focalizzare sulle immagini relative al trauma e si riprocede a una stimolazione bilaterale, in una sequenza dalla durata variabile.

Dei sintomi post-traumatici, la parte peggiore dell’esperienza è la riattivazione delle memorie traumatiche, che faticano ad essere elaborate e collocate nel passato: permangono come pietre dure nel flusso dei ricordi, come intaccate dal tempo. Ogni qualvolta vengano evocate, il paziente rivive (verbo importante e preciso, che denota un’esperienza differente da quella del semplice ricordare) in pieno il trauma, con il corrispettivo attivarsi allarmato del corpo, imprigionato dal ricordo stesso. Quindi sudorazione, tachicardia, panico, ansia forte che cresce, senso di impazzire e tendenza della mente a dissociare, cioè a “scollarsi” dal momento presente precipitando in un vuoto simile a quando, come si dice nel linguaggio comune, ci si “incanta”.

MECCANISMO

L’EMDR pare efficace nel contrastare questa riattivazione forte sul piano somatico, perchè sembra aiutare a elaborare le memorie che precedono questa stessa riattivazione. Esistono alcune ipotesi che sono state formulate per spiegare il suo funzionamento:

    • l’ipotesi integrativa, per cui il ricordo traumatico verrebbe trasferito da un emisfero all’altro del cervello, trovando un’elaborazione più ampia e armonica.
    • l’ipotesi del doppio distrattore, per cui “distrarre” la memoria “somatica” (quella che conduce a una forte attivazione del corpo al momento del ricordo del trauma) mantenendo il focus dell’attenzione sul corpo o sull’esterno (seguendo il movimento delle dita o percependo il tocco sulle ginocchia), consentirebbe al ricordo traumatico di tornare alla mente senza provocare scompensi fisici, per poi quindi essere “visto” e infine elaborato.
    • l’ipotesi connessa al movimento dei bulbi oculari, che è stato osservato essere presente anche durante la fase REM del sonno (il momento del sogno). In questo caso un effetto benefico dell’EMDR potrebbe essere connesso al sollecitare questo tipo di movimento. Questa ipotesi trova poca credibilità soprattutto visti i risultati clinici ottenuti da altre forme di stimolazione bilaterale, come i tamburellamenti sulle ginocchia.
    • L’ipotesi dell’esposizione immaginativa, che assimilerebbe la tecnica a quella di “desensibilizzazione espositiva” (che viene usata per trattare i disturbi di natura fobica): esponendoci progressivamente alla nostre paure, il potere che quelle immagini hanno su di noi, progressivamente cala. L’EMDR in questo caso sarebbe una sorta di evoluzione di questa tecnica, essendo meno guidata dal terapeuta, più libera e flessibile.

In questo studio pubblicato sul British Journal of Psychiatry, viene effettuata una meta-analisi (cioè una ricapitolazione di altre analisi) riferita agli studi scientifici che, a partire dal 1991 fino al 2013, hanno indagato l’efficacia della tecnica EMDR a riguardo dei sintomi cosiddetti post-traumatici (conseguenti, per l’essere umano, a traumi gravi come cataclismi, abusi, incidenti mortali, etc.). Altri studi, come quello pubblicato sulla rivista Frontiers of Psychology del 2017, illustrano una review degli studi fatti fino ad ora nell’ambito dell’applicazione clinica dell’EMDR, su pazienti con problematiche diverse. I risultati parlano chiaro evidenziando un’efficacia che è a tutt’ora sapere comune nella società psichiatrica e psicoterapeutica, ma di cui non si capiscono fino in fondo le ragioni scientifiche, e quale delle ipotesi prima elencate sia la più plausibile. Ulteriori approfondimenti qui.